
Casenovole rappresentava nel 1944 una delle piccole comunità contadine e case sparse di cui è ricco il nostro territorio, e che oggi sono soggette a un inesorabile e diffuso abbandono.
Il luogo - oggi pressochè sconosciuto, raggiungibile tramite anonime strade bianche e senza nessuna indicazione - dopo l’armistizio divenne un importante punto di riferimento di rifugio per i partigiani della zona, e luogo dell’arresto dei fratelli Tani, Don Giuseppe - parroco di Casenovole, e Sante, figura chiave della resistenza aretina.
La visita di Casenovole sorprende proprio perchè è difficile immaginarsi una comunità, testimoniata dal suo cimitero e dalla sua chiesa, in quello che oggi di fatto è un non-luogo. Questo racconto-percorso è un invito a riscoprire questi luoghi, in un suggestivo percorso tra storia e memoria, e conoscere la storia di Sante Tani.
Il percorso
Per raggiungere Casenovole, si deve percorrere la strada provinciale della Libbia in direzione Anghiari. Giunti al Valico della Scheggia, si continua per circa 1.8 km fino a incontrare sulla sinistra una strada bianca in salita. Si parcheggia nello slargo antistante la strada bianca.


Ci si incammina verso l’abitato di Casenovole, che si trova salendo la strada bianca per circa 1.3 km. Si supera una prima abitazione sulla sinistra, per poi trovare successivamente una grande abitazione sulla destra. Poco più avanti si trova, in parte coperta dalla vegetazione, il retro della Chiesa di S. Maria in Casenovole.



Nella parte anteriore si può vedere la facciata, con la porta chiusa, ma che lascia uno spiraglio dal quale si può osservare l’interno della chiesa, per constatare le condizioni precarie in cui versa. Esternamente, a destra della porta, si può leggere la targa che ricorda che proprio qui venne catturato Don Giuseppe Tani, insieme al fratello di Sante, uno dei capi morali della Resistenza aretina, e ad Aroldo Rossi.



Si continua il nostro percorso sul sentiero che costeggia sulla destra la chiesa e sale in leggera salita. Sulla destra comincia a vedersi il poggio del castello di Montauto…

Troviamo un primo bivio, e prendiamo a dritto nello stretto sentiero che passa dal cimitero di Casenovole. A destra il sentiero porterebbe a Sigliano, da dove “sbucheremo” al ritorno.


Si prosegue oltre lungo la strada poderale, fino a che avvistiamo sulla destra un podere (Sommoville). Proseguiamo oltre fino all’incrocio con una strada bianca.

Qui a destra possiamo andare a visitare il podere di Sommoville, per poi tornare sui nostri passi per proseguire sulla strada bianca


La strada bianca sale leggermente e incrocia una strada bianca - che corrisponde al sentiero 10A, che prendiamo a destra, sempre in leggera salita.

Dopo circa 500 metri prendiamo un bivio a destra, rimanendo sul sentiero CAI

Continuiamo sul sentiero fino a trovare una edicola dedicata a S. Francesco, in loc. il Piano.


Qui proseguiamo a dritto sulla strada che ci porta a visitare il Castello di Montauto. Nel sentiero notiamo una deviazione a destra per Sigliano di Sopra, che prenderemo dopo la visita del Castello

Il castello è privato ma il cartello all’ingresso specifica che viene consentita la visita della parte esterna. Il luogo è bellissimo, e gode di una superba vista delle vallate aretine. San Francesco d’Assisi fece sosta più volte al Castello e, nel 1203, donò al feudatario Alberto II Barbolani la propria tonaca, che fu custodita nella cappella della rocca fino al 1503. In quell’anno fu poi portato a Firenze, collocato prima a San Salvatore al Monte alle Croci e poi in Ognissanti, prima di rientrare definitivamente al Santuario della Verna nel 2001.



Terminata la visita al Castello, torniamo sui nostri passi (c’è una piccola scorciatoia nel bosco se la vediamo), fino ad incontrare la deviazione che avevamo visto verso Sigliano di Sopra, su sentiero CAI. Lo seguiamo per circa 500 metri, per poi abbandonare il CAI per una strada bianca a destra, che scende più decisa, fino a un incrocio dove a destra superiamo una sbarra, per arrivare nello stupendo borgo di Sigliano di Sopra.



Il piccolo borghetto è un gioiello e merita una sosta. All’occorrenza si trova una fonte per riempire la borracca.


Più a valle troviamo il sentiero che passa tra le olivete per riportarci a Casenovole.

Il sentiero prima scende e poi fa un piccolo strappo in salita, per portarci, tenendo la sinistra, al cimitero di Casenovole.


Da Casenovole, non ci resta che percorrere il nostro sentiero a ritroso per chiudere questo giro a palloncino. Tutto il percorso è lungo 9.6 km, per un dislivello complessivo di 360 m in salita.
Sante Tani1
Sante Tani fu una figura di spicco della Resistenza aretina. Nato a Rigutino e laureatosi in giurisprudenza all’Università della Sapienza, si era sempre distinto per una avversione al fascismo, che gli aveva causato già prima del secondo conflitto numerose diffide e contrasti da parte del regime, al punto di essere messo sotto sorveglianza dalla polizia fascista con un fascicolo a suo nome nel casellario politico centrale.

Divenuta la sua posizione troppo in vista alla polizia fascista, venne fermato e arrestato il 4 febbraio 1942 e spedito al carcere giudiziario S. Benedetto di Arezzo. Venne successivamente condannato a quattro anni di confino politico in provincia di Benevento.
Alla caduta del regime fascista ebbe la possibilità di tornare ad Arezzo il 24 agosto 1943, e si attivò immediatamente per riorganizzare la rete antifascista locale che faceva riferimento a lui. Fu fondatore del comitato locale di concentrazione antifascista (CPCA), per poi coordinare una banda partigiana nella zona di Catenaia (Tani-Zuddas) insieme a Zuddas (Tifone). A causa della sua posizione di ricercato, fu costretto ad abbandonare il suo ruolo di presidente del CPCA quando venne decisa la ristrutturazione in Comitato provinciale di liberazione nazionale (CPLN), il 12 aprile 1944, di cui fu nominato presidente Antonio Curina.
Riparatosi a Casenovole, dove era parroco il fratello, il 30 maggio 1944, venne catturato con un tranello e posto in stato di arresto insieme a suo fratello Giuseppe e ad Aroldo Rossi. L’azione vide la complicità di un intero reparto di fascisti provenienti da Bergamo, che riuscirono ad avvicinarli fingendosi dei partigiani sbandati alla ricerca di un luogo sicuro dove riparare.
Rinchiusi inizialmente nel castello di Montauto furono poi condotti, il 31 maggio, al carcere di S. Benedetto in Arezzo, dove furono torturati al fine di estorcere informazioni sul movimento resistenziale. Il 15 giugno del 1944 venne organizzato un tentativo di liberare i tre prigionieri, che fallì, portando alla morte del comandante belga Jean-Maurice Meuret e di un altro partigiano. Un monumento ricorda il coraggioso tentativo, e si trova nella strada che dal Parcheggio Petri porta a San Domenico (ne ho parlato in questo precedente post).
Per rappresaglia anche i tre prigionieri vennero torturati e uccisi all’interno del carcere. Soltanto due giorni dopo fu permesso a Padre Raimondo Caprara di entrare all’interno del carcere di S. Benedetto per occuparsi dei cinque trucidati. Le salme, trasportate nella chiesa di S. Domenico su richiesta dello stesso don Caprara, dovettero rimanere in questo luogo per otto giorni in attesa della conferma per la celebrazione del funerale. La sepoltura fu alquanto discussa, venendo infine eseguita dalla Confraternita della misericordia soltanto il giorno 24 giugno in forma semiclandestina, senza comunicare alla comunità locale il luogo di sepoltura.

Informazioni utili
- Mappe consigliata: Sentiero 50 (CAI) o Valtiberina Toscana (DREAM)
- Presenza di fonti: si